La foto mostra carri armati russi in azione

In questi giorni così duri e violenti, segnati dall’orrore della guerra in Ucraina, mi sono ritrovata più volte con la mente immersa in una serie di interrogativi. E se ci fossi stata io in quella situazione? E se avessi visto io crollare il mio paese, le persone che amo, e i luoghi in cui sono stata felice in macerie e in cenere?
Cenere, dal latino cinis, cineris, «polvere o morte», perché in fondo l’uomo nasce e ritorna, sul finire del suo ciclo, proprio alla polvere. Ma fino a che punto possiamo accettare una vita spezzata dal rumore frastornante di una bomba che incenerisce tutto in un millesimo di secondo? Einstein affermava: «L’uomo ha scoperto la bomba atomica, però nessun topo al mondo costruirebbe una trappola per topi». Ci riteniamo esseri intelligenti ma ciò che compiamo è ben lontano dall’evoluzione e dal progresso che pensiamo di aver ottenuto grazie all’innovazione. Aveva ragione Feuerbach a ricordarci che noi siamo ciò che mangiamo, esseri primitivi con bisogni animaleschi. Ciò che sta accadendo ne è la prova, la cattiveria umana ha nuovamente raggiunto livelli inimmaginabili, ed è così che nel 2022 ritroviamo ad osservare neppure da tanto lontano scenari novecenteschi in cui tornano di moda le parole “nazionalismo” e “totalitarismo”.
Ciò che vorrei portarvi oggi è un po’ di speranza: la mia generazione, adesso più che mai, ha un disperato bisogno di gridare al mondo ciò che pensa. Una prova è, per esempio, Damiano dei Måneskin che senza nessuna paura o timore ha urlato sul palco della California “Free Ukraine, f*** Putin!”. Parlando con alcuni miei amici e coetanei, mi sono resa conto di non essere l’unica ad immedesimarsi in ciò che si vede e sente al telegiornale, ad aver bisogno di far sentire la propria voce, ed è per questo che vorrei lasciar loro la parola.
Proseguendo col tema “musica e resilienza”, vorrei riportare una vicenda di questi giorni: quella di un pianista russo che a Mosca, durante un concerto pacifista, nonostante due poliziotti gli si siano avvicinati con fare intimidatorio, non ha fermato la sua esibizione fino all’ultima nota, quasi fosse l’ultimo respiro di quello strumento, la pura espressione della sua anima. In effetti, sarebbe stato un peccato se avesse interrotto proprio in quel momento il brano, perché i partecipanti non avrebbero potuto esplodere nella standing ovation che è stata generata da quella dimostrazione di forza velata dalla potenza della musica. Tu cosa ne pensi Luca?
“Immedesimandomi nel pianista russo, – afferma Luca Seminara, 17 anni, cantautore in erba – credo che avrei compiuto l’esatto suo gesto perché sono dell’idea che quando una persona, appartenente a qualsiasi nazionalità, abbraccia ideali e valori di fratellanza e pace, non possa fare altrimenti. La stessa organizzazione del concerto sicuramente sarà stata spinta da un desiderio di ribellione contro il governo russo e le sue azioni di attacco verso l’Ucraina. Non a caso, nel momento esatto in cui è arrivata la polizia, a nessuno è importato dell’intervento diretto delle forze dell’ordine, bensì è stata determinante l’azione inaspettata del concertista tanto da arrivare addirittura sui social”.

Tu scrivi musica, che ruolo ha questa tua passione in questi giorni così amari e che messaggio ti senti di mandare con i tuoi testi?
“Personalmente la musica durante questo periodo di giorni difficili mi è sorella. Questa figura parentale non è scelta casualmente, poiché il suo ruolo riesce ad essere un connubio di litigi e di sostegno: litigi proprio perché, come si litiga fra fratelli, lo scrittore litiga con carta e penna; e sostegno perché nel momento del bisogno, un po’ come fa un fratello che ti vede in difficoltà, la musica ti viene in soccorso. Sono certo che in questo preciso istante moltissime persone che stanno combattendo e che hanno come me la passione per questa disciplina, staranno lottando spargendo sangue per il proprio paese ed è triste essere a conoscenza di ciò e non poter fare nulla se non guardare da lontano…. In conclusione, quindi, il messaggio che mi sento di mandare tramite i miei testi e le mie canzoni è di speranza…. In un futuro migliore, con delle persone migliori, con un clima migliore. Il terrore dei bombardamenti, la paura, l’odio, l’ipocrisia, l’apatia, l’ignoranza, la maleducazione sono tutte erbacce marce che cerco di estirpare nel mio piccolo, giorno dopo giorno, consapevole del fatto che non sono solo nel mondo nonostante spesso creda di esserlo.”

Da musicista e cantante quale sono non posso far altro che affermare che anche io, come Luca, mi sarei comportata allo stesso modo del pianista e non nego di aver avuto i brividi davanti a tanta brama di lottare per i propri valori. È questo l’esempio più grande che traggo da questa testimonianza: in una guerra in cui non esistono né vincitori né vinti, il popolo cerca stanco la pace attraverso l’arte, l’ennesima dimostrazione del linguaggio universale che essa possiede.
Spesso, però, noi osservatori tendiamo a puntare il dito, cerchiamo incessantemente il capro espiatorio delle situazioni ed è ciò che è successo a noi sia all’inizio della pandemia con il popolo cinese, che adesso con il popolo russo. È la vicenda dell’Università di Bicocca a Milano: il traduttore e scrittore Paolo Nori avrebbe dovuto tenere un corso di quattro lezioni su Dostoevskij ma, a causa di ciò che sta accadendo in Russia, l’Università aveva inizialmente sospeso il corso per timore di possibili tensioni. In seguito alla protesta di vari docenti e dello stesso Ateneo, Bicocca ha deciso di riconfermare le lezioni facendo rientrare le polemiche nate. Mi rivolgo a Rosetta Finocchiaro, 18 anni, maturanda del Liceo classico Gulli e Pennisi: secondo te perché, dinnanzi a questa situazione mediatica, si ha la tendenza a generalizzare sul popolo russo?
“Secondo me in questo periodo l’impatto mediatico della guerra russo-ucraina è stato veramente forte, di grande influenza, soprattutto per noi che stiamo osservando da lontano questa vicenda. In questi casi, l’uomo in generale tende a non guardare la situazione in maniera bifronte, cioè duplice, ma tende a guardarla o dalla parte dei russi o dalla parte degli ucraini, secondo una visione unilaterale. Non si prende in considerazione il fatto che ci troviamo, parlando soprattutto della Russia, nel caso di una popolazione totalmente soggiogata dalla dittatura putiniana. Scommetto che tutti noi osservatori abbiamo avuto la tendenza a generalizzare la situazione, considerando non solo Putin ma anche tutto il suo popolo colpevole, come un’entità criminale a tutti gli effetti. Io penso e considero vittima anche la popolazione russa, la quale subisce non solo la dittatura ma anche questa nostra generalizzazione. Con queste mie parole, e questo voglio metterlo in chiaro, non voglio assolutamente sminuire il male che il popolo ucraino sta subendo, sono terribili le notizie che recepiamo di giorno in giorno delle morti di migliaia di civili e ritengo che la politica di Putin stia commettendo uno dei crimini umanitari più assurdi che siano capitati nella storia. Mi rifaccio ad una frase di un libro che ho letto di Oriana Fallaci, “Un uomo”, che dice: «Le dittature indossano le mutande con la parola popolo». La propaganda, la censura della stampa, la mancanza di libertà di opinione o di scelta, sono questi gli elementi che definiscono Putin un dittatore che indossa le false vesti della democrazia, poiché la Federazione russa si definisce essa stessa una democrazia, anche se non risulta esserlo…”.

Se fossi stata una studentessa di quella Università ti saresti ribellata a tutto questo?
“Se fossi stata una studentessa universitaria a Bicocca, non avrei affrontato l’argomento con leggerezza ma sì, mi sarei ribellata, avrei distinto la cultura dalla situazione attuale che la Russia sta vivendo. Non bisogna generalizzare troppo, parliamo di cultura, per me è una cosa totalmente opposta e distinta dalla politica…. Purtroppo, e mi dispiace ammetterlo, ci sarà di sicuro gente che non si starà opponendo a questa guerra ma bisogna ricordare allo stesso tempo chi sta lottando e si sta ribellando a questa assurda ‘denazificazione’ dell’Ucraina. Per questo, mi sento di raccontare una storia che spodesta i pregiudizi sui russi…. Al telegiornale ho visto la vicenda di una donna russa che in Italia ha ospitato una famiglia ucraina ed essa stessa diceva che tra le due famiglie era nata una profonda amicizia in cui vigeva un reciproco affetto. E secondo me è proprio questo ciò che ci vorrebbe ora: la solidarietà, un termine che molti hanno scordato. Certamente sì, ribatto, bisogna condannare fortemente le azioni belliche subite e sofferte dagli ucraini però mi sento di mandare solidarietà anche ai russi e soprattutto a tutti coloro che ambiscono alla pace e ad un futuro in cui la Russia e l’Ucraina possano vivere in armonia”.
Unione e solidarietà, sono queste le parole chiave che dovremmo portare nel cuore. Oltre all’esempio riportato da Rosetta, in questi giorni abbiamo assistito ad un altro simbolico e significativo gesto di fratellanza tra le due nazioni in conflitto. Durante la Via Crucis in Vaticano, infatti, sono state proprio una donna russa e una donna ucraina a portare la Croce davanti al Papa, nel silenzio di uno sguardo che infondeva speranza come se parlasse. Ma non è per caso questo il significato di questa Pasqua così amara? Che esempio si trae dalla forza di queste donne?
“È stata una Pasqua diversa – afferma Beatrice Magri, 18 anni, maturanda al liceo classico Concetto Marchesi –. Come ogni anno ho, e abbiamo, festeggiato con il grande pranzo di famiglia e le uova di cioccolato. Ma appunto mi sono sentita diversa, forse un po’ sconsolata. È stato strano festeggiare la Pasqua con vicino qualcosa che non va. Non parlo dei problemi di ogni giorno, quelli che abbiamo tutti: è come se perdessero il loro significato. È come se perdessero significato perché è strano festeggiare quando c’è una guerra così vicino a noi. Seguendo le tappe della Settimana Santa e la Via Crucis del Papa mi sono accorta di quel gesto tra le due donne. Penso sia stato bellissimo, non ci sarebbero parole da dire: si spiega da solo ai nostri occhi. E se non basta l’immagine di loro due, così simili, a farci comprendere che, al di là dei “limes” tra le grandi nazioni, l’essere umano è sempre lo stesso, forse dovremmo servirci anche di quelle piccole grandi particolarità che ci uniscono e ci legano, che ci strappano via dalla bestialità e dall’istinto animale per renderci davvero uomini: la fede in un Dio o in qualcosa di più grande, il messaggio dell’arte, le sinfonie della musica, l’armonia di un corpo che si muove, la potenza delle parole lette o ascoltate che siano, la bellezza dei diritti e delle leggi per il rispetto di ciascuno. Non so ancora come sentirmi, ma so che questa Pasqua è stata diversa dalle altre, mi ha lasciato qualcosa, mi ha fatto comprendere che devo imparare a ringraziare ogni giorno Dio, la mia famiglia, i miei amici e me stessa per essere tutto ciò che sono oggi: una persona privilegiata, senza dubbio fortunata, ma più di tutte amata. Dalla grande forza d’animo di questa donna ucraina e di questa donna russa penso dovremmo trarre il coraggio, quello che hanno avuto loro due per guardarsi negli occhi. Sarà utopistico, sarà un obiettivo lontano, sarà difficile: ma vedendo loro due credo di poter confidare ancora nella bontà dell’essere umano”.
Non ho parole, solo tanti silenzi e sguardi. Vorrei Invitare l’essere umano a riflettere. Cerchiamo di interiorizzare quella famosa “arte di amare”, non lasciamola abbandonata nella cantina, esibiamola nel nostro salotto piuttosto, come il più prestigioso arredamento e non come un banale soprammobile. Regaliamo sorrisi insieme al cioccolato quest’anno, regaliamo piccoli attimi di felicità, fermiamoci per un secondo da quella frenesia che arresta i nostri cuori e osserviamo l’altro. Le richieste d’aiuto si nascondono sempre nei gesti più piccoli, accogliamole e risolleviamoci. Io credo nel futuro e spero di essere riuscita, tramite le parole di questi ragazzi che ringrazio ad uno ad uno, a lasciare una piccola impronta indelebile dentro di voi, un messaggio di pace universale da una generazione che fin troppo spesso viene definita come “bruciata”. Bruciata è la mente di chi non è libero, noi vogliamo esserlo, e voi?

«La pace inizia con un sorriso» – Madre Teresa   

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