La foto mostra una scultura raffigurante Louis Braille

Penso che tutti dovremmo avere la possibilità di leggere. Quante volte abbiamo annusato le pagine di un libro, abbiamo chiuso gli occhi e immaginato cosa avesse da raccontarci, per farci sognare, vivere nuove avventure?
Cosa importa se, per farlo, dobbiamo lasciare scorrere le nostre dita sulle parole, su tutti quei puntini rialzati, l’uno accanto all’altro? Ciò che importa è poter leggere. Mettere accanto le lettere, le sillabe, poterle pronunciare ad alta voce e farle risuonare, sono le prime cose che impariamo a scuola.
Quindi perché escludere qualcuno dal vivere questa esperienza unica? Sarebbe come isolarlo dalle esperienze comuni. Ma come legge un non vedente? Attraverso il Braille, un sistema di lettura e scrittura che è stato inventato da Louis Braille nella prima metà del 1800.
Louis Braille perse la vista a causa di un incidente. Nonostante fossero di umili origini, i genitori di Braille tenevano al fatto che avesse una buona educazione, volevano dargli un futuro, una istruzione. Nel 1800 i disabili avevano come unico destino, se non provenivano da famiglie benestanti, quello di mendicare. Inizialmente gli fecero frequentare una scuola per normodotati, ma ben presto si accorsero che il ragazzo faticava a comprendere, poiché nessuno gli prestava la giusta attenzione.
All’età di dieci anni entrò a far parte dell’Istituto dei Ciechi di Parigi fondato da Valentin Hauy nel 1791. Il compito degli insegnanti era quello di sviluppare nei ragazzi abilità pratiche per potersi guadagnare da vivere. Veniva insegnato loro a leggere attraverso un rudimentale metodo creato con delle lettere in legno. Aldilà dei difetti e della notevole mole di lavoro per realizzare le lettere, il metodo di Valentin Hauy rappresentò il primo traguardo, la prima crepa sul muro che divideva i vedenti dai non vedenti.
Grazie a Luis Braille per i non vedenti si aprirono nuove prospettive. Nel 1821 un soldato si rifugiò nell’istituto dove studiava Braille. Egli aveva ideato un sistema di scrittura notturno formato da dodici lettere che gli permetteva di comunicare con i suoi soldati, riproducendo le lettere in base ai suoni e non secondo la struttura alfabetica.
Questo codice di comunicazione incuriosì tanto Braille che iniziò a studiare la maniera per combinare insieme le lettere. Inizialmente fu complicato riuscire a dare forma a tutto quell’universo magico che si muoveva dentro la sua testa, fatto di numeri e parole che non riuscivano a trovare una forma, una consistenza reale nello spazio.
La prima volta che ho visto una tavoletta in Braille e tutti quei puntini in rilievo ho pensato alla storia, al percorso, all’immane lavoro che deve aver fatto quest’uomo, con la povertà di strumenti che aveva a sua disposizione, per comporre delle lettere, inventare segni che potessero spianare la strada di un non vedente verso l’autonomia.
Leggere apre gli orizzonti, le menti, avvicina l’uomo alla conoscenza delle cose ignote, lo guida e lo ispira a migliorare e migliorarsi. Braille ha offerto questa opportunità non solo ai non vedenti ma anche a noi tutti che oggi abbiamo la possibilità di poter comunicare, scambiare opinioni e arricchirci vicendevolmente.
Sei soli puntini che possono formare un universo di parole. Non è stato facile per me imparare il Braille. Parecchie volte ho chiuso gli occhi e ho cercato di leggere utilizzando i polpastrelli, ma l’istinto era quello di utilizzare la vista. Ci sono cose che noi tra virgolette normodotati, non possiamo fare. Anche noi abbiamo dei limiti, limiti che sono effettivi. È un dato di fatto che utilizziamo la vista, così come è un dato di fatto che i nostri sensi sono meno acuiti dei loro. Tuttavia potremmo, come un gradiente di concentrazione, in maniera osmotica, lavorare in sinergia, scambiarci vicendevolmente come in una soluzione, le energie necessarie per far funzionare questa macchina complessa e affascinante che è la vita.

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