La foto mostra l'attrice Hildegard De Stefano

Ammetto di non amare in modo particolare le serie televisive, se non per poche eccezioni. Probabilmente perché, come tanti della mia età, sono cresciuto alle prese con le serie di cartoni animati giapponesi quali Heidi, le avventure di Remì, Anna dai capelli rossi, ma anche Goldrake e Mazinga, che ci costringevano ad attese che andavano ben oltre l’anno solare, prima di poter finalmente conoscere il destino dei nostri eroi. Veri e propri tour de force, che oggi sfinirebbero perfino il più paziente degli individui adulti, figuriamo bambini e adolescenti, sempre più abituati al moderno “mordi e fuggi”, dove basta una breve ricerca su Google per avere accesso alle storie per intero, con tanto di “spoiler”, come si direbbe oggi. È con la scarsa convinzione che sarei andato oltre la prima puntata, dunque, che ad inizio anno mi sono avvicinato alla serie televisiva “La compagnia del Cigno” di Ivan Cotroneo, la quale narra le vicissitudini di sette giovani musicisti alle prese con “il bastardo”, ovvero il Maestro Marioni, rigido direttore d’orchestra, oltre ovviamente che alle prese con il travaglio che l’adolescenza si porta inevitabilmente dietro e con delle storie personali a dir poco complicate. Devo dire che la presenza, tra i ragazzi, di Sara, una disabile visiva, ha contribuito parecchio ad avvicinarmi alla visione, ma nel momento in cui mi sono reso conto che veniva trattato uno dei temi cardine del nostro progetto vEyes, ovvero la mancata accessibilità nelle orchestre a musicisti ipo e non vedenti, sono letteralmente saltato dalla sedia, andando oltre, nella visione, e finendo per lasciarmi coinvolgere per intero. Dopo la seconda puntata, è stato un gesto più che naturale provare ad entrare in contatto con Hildegard De Stefano, l’attrice che interpreta Sara, scoprendo una ragazza con una grandissima sensibilità, una serietà ed un senso del rispetto al giorno d’oggi più unico che raro, che ha da subito sposato la causa vEyes (e vEyes Orchestra), andando ben oltre ogni mia aspettativa. Conosciamola meglio, dunque.

Hildegard, a che età nasce la tua passione per la musica e chi ha giocato un ruolo fondamentale nella scelta dello strumento e nel tuo percorso di studi?

“Pur venendo da una famiglia di non musicisti, mio papà è sempre stato un grandissimo amante della musica, al punto che casa nostra è piena di vinili e CD di ogni tipo. Lui ha sempre tenuto al fatto che io e mia sorella avessimo una educazione musicale, più per il valore che questa si porta dietro, che per le conseguenze professionali vere e proprie. Mia sorella ha mostrato da subito un grande talento, pertanto lo studio della musica, per lei, è stato preso molto seriamente fin dall’inizio, avviandola ai migliori insegnanti e scuole musicali. Io chiesi di studiare il violino, perché alcune mie compagne di classe lo suonavano, ma mia mamma si mostrò molto scettica in quanto ero una bambina iperattiva e non le sembravo in grado di intraprendere questo tipo di percorso, consigliandomi di iniziare con il pianoforte, in modo da verificare se ero davvero portata, ripromettendosi di farmi puntare dopo al violino, qualora avessi mostrato talento in tal senso. Il pianoforte, però, essendo così movimentata come bambina, non faceva per me. Vista la mia insistenza, mi comprarono un violino come regalo per l’ottavo compleanno e da lì è iniziato il percorso di studi che mi ha portato fino alla laurea, nel 2018. Un ruolo fondamentale lo hanno sicuramente giocato gli insegnanti, con i loro apprezzamenti, oltre ovviamente ai miei genitori. Ritengo che l’incitamento da parte dei genitori sia fondamentale per noi ragazzi e, in tal senso, i miei hanno giocato un ruolo centrale, con il loro supporto, il loro spronarmi verso lo studio nei momenti in cui le difficoltà del cammino intrapreso rischiavano di mettere tutto in discussione. Ma un ruolo altrettanto importante devo dire che lo ha giocato anche il rispetto che provavo verso la musica classica, verso il percorso che stavo facendo, verso il violino, oltre alla voglia di far bene”.

Qual è stata la difficoltà più grande che hai dovuto affrontare nel cimentarti con il personaggio di Sara e con il tema disabilità visiva?

“La difficoltà principale era quella di comprenderne il carattere, perché noi siamo molto diverse e, non essendo un’attrice professionista, il rischio era quello di non essere credibile nell’interpretazione. Sara è molto diversa da me nell’atteggiamento verso la vita, nel rapporto con la famiglia, con le persone, con gli amici e con i ragazzi. Fare mio tutto questo ed interpretarlo davanti a tanta gente, essendo credibile, era un’esperienza nuova, qualcosa che ti costringe a tirare fuori una parte intima della tua emotività, a diventare anche vulnerabile in quanto questi aspetti caratteriali del personaggio che ti trovi ad interpretare, devi comunque tirarli fuori dal di dentro. La difficoltà nel capire Sara, inoltre, si porta dietro qualcosa che tu conosci molto meglio di me, in quanto la vivete in prima persona con tua figlia, ovvero il vissuto con la perdita della vista, il modo in cui Sara poteva reagire alla disabilità visiva, esperienza che ovviamente non mi appartiene direttamente. Tra l’altro, non conoscevo persone con questo tipo di disabilità, pertanto era qualcosa parecchio distante da me ed avevo paura di far cadere nel ridicolo questo aspetto, anche perché lei è un personaggio molto complesso, sarcastico, coraggioso, a volte anche divertente, quindi era abbastanza difficile conciliare questi due aspetti: quello drammatico e quello, se vogliamo, un po’ comico. Ho iniziato allora ad osservare e studiare le persone per strada, ho passato un pomeriggio all’istituto dei ciechi di Milano dove mi hanno insegnato la tecnica nell’uso del bastone bianco, camminando ad occhi chiusi per Milano, cosa che all’inizio ti mette una paura incredibile. Ma tutto questo mi è servito tanto, ad esempio, a capire la paura iniziale che può aver provato Sara. Poi, per me che mi sono avvicinata a questa esperienza “da turista”, è diventato qualcosa di affascinante, perché si percepisce il mondo in modo così diverso, perfino poetico, in quanto la vista è sì qualcosa di meraviglioso, ma che condiziona anche molto. Invece, in questa esperienza ho avuto come la sensazione di vivere tutto un altro mondo, percependolo in modo diverso e per tale ragione considero questa, una delle esperienze più belle della mia vita. Mi auguro di aver reso nel modo migliore, attraverso Sara, le difficoltà ed il travaglio che la disabilità si porta dietro e devo dire di aver ricevuto diversi messaggi da persone con la stessa disabilità di Sara, ma anche con disabilità diverse, che si sono sentite rappresentate ed è stato davvero emozionante leggere i loro messaggi”.

Cosa ami del personaggio di Sara (perché è un aspetto caratteriale al quale senti di somigliare o perché, al contrario, vorresti ti appartenesse nella vita reale) e cosa, invece, proprio non ti piace?

“In realtà devo ammettere che di Sara mi piace tutto. Il nostro rapporto è nato leggendo una scena, innamorandomi di lei a prima vista, in quanto si capiva che era un personaggio forte. Lì credo che abbia toccato una delle poche corde in comune, ovvero questo “umorismo intuitivo”. Seppure manifestato con sfumature diverse, sono anch’io una persona con la risposta sempre pronta. Poi, però, è iniziato il conflitto, nel senso che, essendo così diverse come atteggiamenti e come carattere, c’erano delle cose che io proprio non capivo perché le facesse. Per dirla tutta, arrivavo a pensare che io e lei non saremmo mai potute diventare amiche nella vita reale. Invece, pian piano, ho iniziato a mettere insieme i vari aspetti del suo carattere e lì è nato l’amore vero, profondo, fatto di comprensione. È stato davvero bellissimo, in quanto tutti gli atteggiamenti che avevo giudicato malamente prima, di colpo hanno assunto una sfumatura completamente diversa perché, per quanto possano apparire duri e spigolosi in certi momenti, una volta entrata dentro il personaggio, iniziavo a comprendere perfettamente il perché di ogni frase, di ogni risposta, anche quelle inizialmente più incomprensibili. Di Sara, poi, mi piace soprattutto l’onestà, in quanto non ha bisogno di dire bugie per piacere alle persone e si può permettere di essere così onesta, perché è talmente intelligente, da capire molto bene le situazioni, le persone e forse è anche per questo che riesce a manipolarle in certi momenti. Sa di poter essere diretta, di poter smuovere gli altri in questo modo, in quanto è lo stesso modo che le ha permesso di superare certe sue difficoltà, invece che piangersi addosso, reagendo con coraggio e determinazione. Basti pensare, ad esempio, al modo in cui sprona Matteo, quando Marioni le chiede di aiutarlo a diventare forte. Un altro pregio di Sara è l’attenzione che ha verso i suoi amici. È chiaro, soprattutto verso la fine, quanto loro siano una sua priorità nella vita, molto più che lo studio. Di Sara, dunque, mi piacerebbe avere l’intelligenza, il coraggio, la sicurezza in sé stessa. Il fatto che si ami così com’è, credo che sia un grande insegnamento per ogni ragazza, considerato che vediamo spesso rappresentate figure femminili che non si vogliono molto bene e che non si accettano per come sono”.

Che tipo di musica ascolti fuori da quella che “ti tocca” suonare?

“Ovviamente la musica classica è il tipo di musica che ho potuto approfondire maggiormente, con i miei studi. Ne ho sempre ascoltata molta perché, come ti dicevo, mio padre ne è un grande appassionato. Ad esempio, andando a scuola, in macchina, ascoltavamo “Die Fledermaus” di Strauss, oppure tornando a casa, trovavo spesso il mio papà, seduto in poltrona, che ascoltava Bach. Tra l’altro la musica barocca, in particolare, rappresenta per me qualcosa di speciale, un porto sicuro sia per i momenti belli, che per quelli brutti. La ritengo una delle massime espressioni della musica classica. Trovo che vi sia tantissima bellezza ed è quella musica divina di cui non mi annoio mai. Potrei ascoltare lo stesso pezzo mille volte, trovandoci dentro sempre qualcosa di nuovo. Poi, però, ascolto di tutto. Mi piace moltissimo Michael Jackson, i Queen, la musica jazz, Frank Sinatra….Spazio un po’. Dipende sempre da che tipo ti musica ti parla dentro, in un dato momento ed ovviamente dalla qualità. Ci sono determinate cose, come ad esempio certa musica da discoteca, che non ascolto perché non ci trovo molto di interessante. Per il resto, ascolto in po’ tutti i generi. Amo tantissimo anche la musica folkloristica, tuttavia, mentre, come ti dicevo, un pezzo barocco potrei riascoltarlo all’infinito, trovando ogni volta qualcosa di nuovo, ci sono canzoni di altri generi che, dopo un certo numero di volte, mi annoiano”.

La scelta di avvicinarti alla recitazione era nei tuoi piani, o si è trattato di un “fuori programma”? Aldilà della seconda stagione della fiction, di cui si inizia già a parlare in modo concreto, ritieni questa professione possa rappresentare un tuo ulteriore percorso lavorativo, da coltivare e far crescere, considerato che hai dimostrato di avere un gran talento anche in tal senso?

Questa esperienza de “La compagnia del Cigno” era fuori dai miei piani, non avrei mai potuto prevedere qualcosa del genere. La recitazione, però, è qualcosa che mi ha sempre affascinato molto e che avrei voluto facesse parte della mia vita. Poi, però, tra il conservatorio e la scuola tedesca, frequentata dall’asilo fino alla maturità, non avevo il tempo. Quando si è presentata l’occasione di avvicinarmi a questa esperienza, facendo l’audizione, l’ho colta al volo. Non mi sarei mai aspettata di venir presa! Una volta selezionata, ho pensato subito: “quando mi ricapiterà una cosa del genere? Magari c’è una ragione per cui è accaduto.” È sicuramente una cosa che vorrei continuare ad approfondire meglio che posso. Ovviamente è un mondo complesso, bisogna anche avere determinati strumenti per farne parte. Io non ho mai recitato prima, quindi ho ancora da studiare, sto cercando di approfondire. Non c’è ancora nulla di ufficiale, però si sente già parlare di una seconda stagione, quindi eventualmente spero possa essere una occasione di miglioramento da parte mia”.

La fiction “La compagnia del Cigno”, indubbiamente, ti ha dato una grande popolarità in tempi abbastanza rapidi. Com’è cambiata la tua vita ed il tuo quotidiano e come vivi il rapporto con i fans e con questa nuova dimensione?

“Con la messa in onda della serie, c’è stata un’ondata di visibilità che non avevo mai avuto prima ed alla quale non ero neanche preparata, perché per quanto mi fosse chiaro che sarebbe andata in onda, finché non succedono le cose, non ti può davvero essere chiaro come andranno a finire. Inoltre, avendo sempre frequentato la scuola tedesca, non avevo mai seguito le serie italiane e non pensavo neanche che le persone che conoscevo la avrebbero davvero seguita. Poi, però, mi sono resa conto che l’han vista davvero tutti, perché è stata una serie di punta qui in Italia. Devo ammettere che le cose son cambiate, in quanto adesso la gente mi riconosce per strada. A me lusinga molto il fatto che le persone trovino il tempo di scrivermi, che mi vogliano conoscere, che mi apprezzino. Trovo che tutto questo sia bellissimo. Penso, però, che ognuno debba trovare il modo di conviverci, in quanto, per quanto bello, ne derivano anche determinate responsabilità. Tutto questo ha sicuramente arricchito la mia vita, mi ha fatto incontrare tante persone davvero incredibili e ne sono davvero grata. Vedremo in quale direzione evolveranno le cose”.

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.