La foto mostra un pianoforte e delle dita che lo suonano

m.s.) Com’è noto, uno dei progetti più di impatto tanto tecnologico, quanto sociale, di vEyes, è la vEyes Orchestra, con il suo bagaglio di strumenti ed ausili tecnologici ed i lavori in corso per la realizzazione di un campus residenziale. Luogo dove vedenti, ipovedenti e non vedenti potranno confrontarsi attraverso il loro talento, la loro professionalità musicale, ma anche dove poter condividere esperienze di vita, emozioni, interi vissuti. Senza, però, chiudere le porte a chi, nell’attività musicale, trova “solo” la propria dimensione emotiva, senza avere alcun percorso professionale davanti al proprio cammino di vita. In questo racconto intimo, infatti, Patrizia ci rende partecipi sull’importanza del ruolo che la musica ricopre in chiunque desideri semplicemente trovare rifugio alle fatiche giornaliere, attraverso le note.

Ho sempre pensato che le più grandi passioni nascano con noi, come prezioso orpello per le vesti che sceglieremo d’indossare e che talvolta ci verranno imposte. E non sempre ci sarà possibile indossarle comodamente, adeguatamente e proficuamente.
La mia passione più intima e profonda è la musica ed in particolare suonare un meraviglioso strumento che lascia vibrare le corde della mia anima e ne colora di senso, forma ed emozione l’essenza…  il pianoforte.
Ho scoperto questa mia intensa passione da bambina, in particolare alle scuole medie quando iniziai a studiare i primi strumenti musicali, flauto e diamonica. Col primo ero piuttosto scarsa ma con la seconda scoprii di riuscire a riprodurre qualsiasi melodia ascoltassi ed all’istante, come se il suono fluisse spontaneamente e magicamente dall’udito al tatto attraverso il canale dell’armonia e della sensibilità. Ricordo che l’insegnante di musica mi chiese se avessi preso lezioni di piano perché riuscivo spontaneamente a posizionare le dita con fluidità e disinvoltura. In realtà io non avevo mai sfiorato uno strumento prima di allora, così mi consigliò di prendere lezioni perché secondo lei ero portata ed avevo un dono.
Mia madre s’informò per un’eventuale iscrizione al conservatorio ma scoprì allora che mi sarei dovuta iscrivere già alle medie, così quest’opportunità sfumò e non ne riparlammo più, anche se continuai a suonare per me e per la gioia che m’infondeva.
In seguito alle superiori proposi di acquistare un pianoforte, anche usato, e di prendere delle lezioni private. Fui accontentata perché lessero nel mio sguardo passione ed entusiasmo, così iniziò il mio viaggio fra note, pentagrammi, scale, solfeggi e quant’altro nell’affascinante mondo della musica.
Studiai con impegno per alcuni anni, anche se solamente una volta a settimana, ma la vita è spesso tortuosa ed imprevedibile, ed inquietudini e traversie non si fecero attendere e sottrassero possibilità, impegno e concentrazione allo studio del pianoforte, così ne abbandonai l’avvincente via seppure a malincuore.
Continuai comunque a suonare per diletto e necessità, infatti la musica restava per me un rifugio sicuro ed accogliente in cui ritrarmi quando la vita mi procurava troppo dolore, tormentando la mia anima inquieta. Il mio personale paese delle meraviglie in cui riscoprirmi bambina ingenua, felice e spensierata.
Soltanto col tempo scoprii che la vita mi avrebbe riservato nuove spiacevoli ed inaspettate sorprese, infatti mi fu diagnosticata una patologia genetica degenerativa agli occhi, la retinite pigmentosa, che avrebbe potuto condurmi alla cecità ed ancora potrebbe farlo. Al momento conservo un piccolo residuo visivo centrale ed è come osservare il mondo circostante attraverso il buco di una serratura.
Questa mia disabilità ha influito, e me ne sono resa realmente conto solo in seguito, col senno di poi, anche con la mia passione per il pianoforte. Infatti ero solita imparare i brani a memoria, non riuscivo a seguire bene lo spartito pur non comprendendone coscientemente il motivo, sapevo solamente di avere grosse difficoltà nel suonare leggendone le note.
Adesso mi rendo effettivamente conto che vedevo solamente una piccola parte dello spartito ed assolutamente non le mie mani mentre suonavo. Così era ormai mia abitudine imparare le note a memoria per riuscire ad eseguire fluentemente i brani.
Ormai suono solamente ad orecchio, quindi senza spartito alcuno, anche perché ne ho perso la rapidità di lettura, ed ho comunque desiderio e bisogno di far scivolare le mie dita sui tasti per vestire la mia anima di serenità e passione.
Suono ad orecchio, è il mio personale dono, mi risulta facile e spontaneo, ma non riesco ugualmente a vedere contemporaneamente entrambe le mie mani e nemmeno la singola per intero. Suono quasi all’oscuro di ciò che dovrei percepire, vedendo sprazzi di dita che mi scorrono rapidamente innanzi e piccole porzioni di tastiera a cui giungo più per intuito ed esperienza.
Ma nulla può fermare l’impulso ed il fervore verso una così profonda passione, così ho anche imparato, con impegno e dedizione, ad eseguire brani nel buio assoluto, chiudendo gli occhi, sentendo fluire intimamente il tocco magico, puro ed emozionante del suono. Ed ogni volta che sfioro i tasti esso scorre e vibra in me come energia vitale indispensabile al costante e sereno fluire dell’esistenza.

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