La foto mostra Alberto Mazzi, Massimiliano Salfi, Agnese Pellegrino e Andrea Caruso durante la sperimentazione di redEyes a Pisa

Durante il numero di maggio c’eravamo lasciati con l’anticipazione, a fine articolo (leggi qui), che insieme all’Associazione Cataratta Congenita avremmo organizzato presto delle sessioni di test di redEyes in varie parti d’Italia. In vEyes ogni promessa è un debito (a dire il vero dovrebbe essere così per tutti, ma noi preferiamo guardare al nostro orticello) per cui eccomi qui a raccontarvi una due giorni pisana che ci ha visti protagonisti in una delle piazze della città toscana visitando tanti bimbi, informando le famiglie su patologie rare importanti quali la cataratta congenita o il retinoblastoma, ma che ci ha visti soprattutto continuare la sperimentazione, con l’intento di affinare sempre più un sistema che ha fatto gridare allo scandalo alcuni guru dell’oculistica italiana (qualcuno,  dire il vero, continua ancora a strillare), ma che per fortuna ha fatto e continua a farne avvicinare tanti altri, ben più aperti verso le innovazioni tecnologiche e verso il prendere coscienza che, oggi, anche uno smartphone può essere trasformato in un valido strumento che possa consentire ad uno specialista di effettuare esami diagnostici e, perché no, semplificargli la vita. Si, perché, sebbene io abbia più volte sottolineato come spesso ci si limiti a farne un uso mi verrebbe da dire improprio, ma sicuramente non all’altezza delle potenzialità, non va dimenticato che uno smartphone presenta sempre più caratteristiche tecniche di gran lunga superiori a quelle di molti dei computer portatili o desktop presenti in commercio. E, in quel caso, nessuno grida allo scandalo se ci si affida anche in contesti clinici (basti pensare che la maggior parte degli strumenti diagnostici utilizza sonde, sensori o comunque hardware connesso ad un computer con caratteristiche spesso inferiori rispetto a quelle di molti smartphone moderni).
La prima cosa che ci viene chiesta da un oculista, nel momento in cui lo coinvolgiamo nella sperimentazione, prima ancora di vederlo all’opera (magari invertendo l’intervallo temporale, le risposte sono certo sarebbero in grado di trovarle da soli) è: “in cosa mi può essere di aiuto questo vostro strumento?”. La risposta più ovvia è: “nel velocizzare e semplificare la formulazione dell’eventuale diagnosi clinica”. Sì, perché non va mai dimenticato che la diagnosi spetta solo ed esclusivamente al medico specialista. Grazie a redEyes, però, un oculista dispone di uno strumento che trasforma il test del riflesso rosso in un esame di diagnostica per immagini, che consente dunque di memorizzare la foto degli occhi con la colorazione del fondo oculare in conseguenza all’illuminazione, in modo da poterla rivedere in momenti successivi, confrontarla alle precedenti, al fine di valutare l’eventuale evoluzione della patologia, ma anche consegnarla alla famiglia o esibirla nel caso in cui qualcuno possa mettere in dubbio la diagnosi effettuata, mesi o anni dopo. Già basterebbe questo per fare di redEyes uno strumento di lavoro insostituibile. Se poi aggiungiamo che, per catturare tale immagine in un bimbo, o perfino in un neonato, senza fare uso di farmaci per la dilatazione delle pupille, è sufficiente che il piccolo apra gli occhi per un tredicesimo di secondo, i vantaggi diventano incredibili, perché diciamocelo pure: scrutare le pupille di un neonato puntandogli dritto una piccola luce, senza che il bimbo inizi a strillare e a dimenarsi, riuscire in tali condizioni a fissare nella propria memoria l’immagine del riflesso rosso in modo da rendersi conto della colorazione, dell’uniformità, è un lavoro quasi da supereroe! È certamente più semplice delegare a redEyes l’estrapolazione di alcuni fotogrammi in cui tutto ciò è presente, per poi studiarsi tali immagini (e magare anche refertare) comodamente seduto davanti ad un computer, mentre il bimbo, prima ancora che possa rendersi conto di cosa stia accadendo, è già stato lasciato in pace.
Ma gli obiettivi di redEyes sono tanti, non solo quelli appena citati: per esempio, vi è quello di aiutare i pediatri nel fare un controllo, potendo avere un aiuto nel decidere quali siano i bimbi da mandare da uno specialista e quali a casa, ma anche (nella versione per famiglie) poter verificare da soli se è il caso di approfondire con un oculista lo stato di salute degli occhi del proprio bimbo. Quindi l’oculista rimane (guai se così non fosse) il punto cardine del processo clinico; redEyes deve solo evitare di ingolfargli le sale d’attesa inutilmente e poterlo agevolare nella formulazione della diagnosi.
Nella speranza che tutto questo possa, finalmente, tranquillizzare chi tra gli addetti ai lavori crede (e teme!) che in vEyes siamo solo dei ciarlatani che cercano di convincere la gente che uno smartphone possa sostituirsi ad uno specialista, veniamo alla due giorni pisana. Dentro un camper messo a disposizione dal Comitato di Pisa della Croce Rossa Italiana, grazie all’organizzazione perfetta degli amici dell’Associazione Cataratta Congenita (principali partner e sostenitori, oltre che committenti, del progetto vEyes Red Reflex Examination, di cui redEyes è il cuore), con il supporto oculistico della dottoressa Maria Cristina Ragone, della dottoressa Laura Mancuso, della dottoressa Martina Menchini e del dottor Beppe Belluardo, oltre alla preziosa e fondamentale collaborazione del dottor Andrea Caruso e di Agnese Pellegrino, che grazie alla tesi di laurea su redEyes il prossimo mese conseguirà la laurea in ortottica ed assistenza oftalmologica, ma soprattutto grazie all’insostituibile aiuto a 360 gradi del dottor Alberto Mazzi, Presidente di ACC personale amico sincero, con il quale in questi anni abbiamo condiviso tanti momenti importanti per la crescita di redEyes, fin dal primo incontro dentro il Mc Donald’s della stazione Roma Termini, anni fa, abbiamo avuto la possibilità di effettuare il test del riflesso rosso su tanti bimbi, informare tante famiglie su patologie quali la cataratta congenita o il retinoblastoma, il tumore maligno intraoculare più diffuso in età pediatrica, far conoscere il prezioso lavoro svolto dall’Associazione Cataratta Congenita, ma anche raccogliere tanti preziose indicazioni grazie alle quali redEyes potrà essere ulteriormente affinato e, quindi, una volta completata la sperimentazione, rilasciato gratuitamente nella versione per le famiglie, con la richiesta di un piccolo contributo economico, necessario a sostenerne la manutenzione e lo sviluppo nel tempo, agli addetti ai lavori (su tutti, oculisti e pediatri). Che dire dunque? Tante altre importanti novità continuano a ruotare intorno a redEyes, novità delle quali vi renderemo presto partecipi.

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