La foto mostra Marco con una racchetta e una pallina da ping pong

Raccontare la storia di Marco Capilli mi riempie di emozione. I suoi occhi sono gli occhi di un guerriero. Marco è paraplegico, ossia i suoi arti inferiori sono paralizzati. È il 14 febbraio del 2014, un giorno come tanti altri. Marco esce con la sua moto sicuro che a 23 anni può chiedere tutto ciò che vuole alla vita. Ed invece qualcosa va storto, una macchina, una banale macchina si mette in mezzo tra lui e la vita per sempre. Ed è con quel “per sempre” che dovrà confrontarsi, per tutta la vita.

Marco fa parte di un’associazione sportiva: la ASD di Riposto. È campione italiano esordiente, terza categoria tennis da tavolo. Ha la stoffa del campione, nello sport come nella vita.

Lo sport si è sempre contraddistinto come un vettore positivo di integrazione sociale per tutti, in modo particolare per le persone affette da disabilità. Quotidianamente il disabile si trova a dover affrontare numerose difficoltà, da quella motoria a quella affettiva. Grazie allo sport, si sviluppano numerose abilità, fondamentali per l’acquisizione di ottime capacità relazionali e di integrazione sociale.

Ho domandato al coach di Marco quanto fosse difficile ed entusiasmante al contempo, lavorare con un ragazzo disabile. Mi ha risposto che per lui sono gratificanti l’impegno, la forza e il sacrificio, aggettivi che qualificano qualsiasi atleta. Sono io che devo ringraziare loro per l’adrenalina e l’energia che trasmettono.

È diretto Marco, arrivano immediate e senza orpelli le sue risposte. È un rapporto di amore e odio quello con la sua carrozzina, “senza” non potrebbe fare ciò che fa, “con” si ritrova ad essere un Marco col quale deve adeguarsi quotidianamente. Lo sport gli ha permesso di riappropriarsi della sua vita, di esprimere tutta la sua rabbia e il suo dolore attraverso un linguaggio nuovo, la racchettina del ping pong. Dunque, Marco, racconta ai nostri lettori la tua passione e la tua energia nello sport….

“Volevo sin da prima dell’incidente che lo sport fosse importante per me. Dopo l’incidente e i mesi di degenza in ospedale, che sono stati lunghi, ho pensato da dove poter ripartire per ricominciare a vivere. Ho pensato al ping pong, la mia passione. L’energia, non è stato facile riacquistarla, quando mi sono ritrovato seduto su questa carrozzina per un tempo infinito. Insomma, quando sai che l’illusione sparisce e devi fare i conti con una realtà che vorresti solo cancellare, puoi solo affondare o rinascere”.

Quali sono stati gli impedimenti maggiori che hai dovuto affrontare? I limiti intendo.
“Il limite maggiore che ho dovuto affrontare, è stato quello dell’accettazione. Il lutto, la perdita di una capacità che consideravo naturale e scontata, come il camminare o correre. È stato come acconsentire ad una involuzione, un dover ritornare indietro rispetto a ciò che avevo conquistato negli anni e cioè la mia indipendenza, la mia autonomia. Chiedere aiuto continuamente era quello che non avrei mai voluto fare. Sentivo dentro un grande senso di irrealtà che cambiava la nozione del tempo e delle cose. Sentivo la rabbia, una grande rabbia che ho canalizzato nello sport. Lo sport è tutto per me”.

Se ti dessero la possibilità di abbattere una barriera, una sola, quale abbatteresti in maniera immediata?
“Vorrei abbattere tutti quegli scalini maledetti che mi impediscono di poter superare o valicare qualsiasi ostacolo. Vorrei poter avere una sola possibilità, sentirmi libero di camminare con la mia carrozzina, senza rischiare ulteriormente la vita”.

Si può amare la carrozzina?
“No. La carrozzina è solo un mezzo. Il mezzo che mi permette di raggiungere gli altri. Io amavo le mie gambe. È un rapporto conflittuale, come quello tra genitori e figli”.

Qual è il tuo sogno Marco?
“Il mio sogno è vincere le paralimpiadi. Mi sono visto in sogno con la medaglia d’oro al collo”.

Noi tutti caro Marco tifiamo per te. Grazie per la tua testimonianza.

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