La foto mostra una statua di S.Vincenzo

Quando mio marito mi parlò per la prima volta del progetto vEyes, sentii un grande dolore attraversarmi dentro. Avevo paura, non ero preparata o per meglio dire, non accettavo che mia figlia potesse perdere la vista. “Sua figlia è affetta da distrofia retinica”, mi venne detto, ma quella frase era una sentenza. La speranza bisognava trovarla, ed io in quel momento non la percepivo.

Mia figlia è affetta da una patologia degenerativa della retina. L’ipovisione, soprattutto quando è determinata da una progressiva perdita del visus e del campo visivo, ti porta ad un quotidiano adattamento alla realtà, all’ambiente circostante. È una malattia che devasta psicologicamente.

Mio marito, dunque, portava avanti la sua battaglia. Mi fecero commuovere tanto le sue parole quando diagnosticarono la malattia ad Arianna, che allora aveva otto anni: “Ho fatto un voto, dedicherò la mia vita e le mie risorse per aiutare nostra figlia e tutti coloro che hanno una disabilità visiva”.

Io, invece, dovevo condurre un’altra battaglia: contro la mancanza di sensibilità nei confronti di alcune insegnanti chiuse nel loro mondo, nella loro mediocrità. “Cosa impara a fare la matematica, se poi dovrà diventare cieca?” mi ripetevano alcune di loro.

Ero arrabbiata, ero feroce. Mi chiedo cosa ne sarebbe stato oggi di mia figlia se avessi dato ascolto a quelle parole. Ed invece, furono proprio quelle parole a darmi forza, a spingermi a credere che qualcosa andava fatto.

Bisogna educare gli altri alla diversità, al confronto reciproco con l’altro. Non si può pensare ad un cambiamento, conducendo la guerra, usando le stesse armi – l’impassibilità, l’indifferenza, l’insensibilità – ma insegnando la diversità, cioè, educando al confronto con chi è diverso da noi per una molteplicità di contingenze. Non pretendo di cambiare le cose, ma di lasciare un segno. “La diversità è ricchezza” non è solo uno slogan, ma una realtà da vivere quotidianamente. Sono stati plurimi i fattori che mi hanno spinto a dire “anche io voglio fare qualcosa all’interno della Onlus”. In primis mia figlia, ma secondariamente il sapere che il centro vEyes Land nasceva in un terreno fecondo, legato alle Figlie della Carità.

“Possiamo considerare il progetto vEyes un progetto che le Figlie della Carità sposano e appoggiano a pieno titolo”. Queste sono state le parole della visitatrice, Figlia della Carità, suor Matranga, ad un convegno che si è tenuto lo scorso 4 novembre a Napoli.

I carismi nella Chiesa non si inventano a tavolino, ma si moltiplicano in aderenza alle esigenze concrete della comunità e della testimonianza che la stessa comunità deve offrire al mondo. Come si colloca la figura di San Vincenzo de’ Paoli all’interno della nostra Onlus vEyes? Certamente il nostro operare si esprime e si autentica nel coraggioso impegno e nella piena consapevolezza di andare incontro alle esigenze dell’altro, attraverso un contributo globale nei confronti di chi soffre.

La testimonianza di San Vincenzo fu travolgente allora, nel 1600, e continua a travolgere ancora oggi anche noi, attraverso una vera e propria mobilitazione alla carità. Fornazzo, sede della nostra Onlus, rappresenta la volontà e l’impegno di coloro che ci hanno preceduti. La baronessa Zappalà ha donato la struttura alle Figlie della Carità allo scopo di metterla al servizio dei poveri. Noi, oggi, siamo qui per perpetuare quella promessa.

Non mi considero sfortunata. Mia figlia Arianna e tutte le meravigliose persone che ho incontrato grazie a vEyes, mi hanno dato la forza e la gioia di vedere e sentire oltre tutto, oltre le esteriorità. Mi hanno donato gli occhi dell’anima, capaci di scandagliare l’Universo ed entrarci dentro in tutti i sensi.

In un mondo in cui si parla tanto di comunicazione, non siamo capaci di ascoltare l’altro e di guardarlo così come egli è, integro e non spezzato dalla diversità. Siamo tutti diversi, per una molteplicità di fattori, siamo tutti diversamente abili e, tra virgolette, “normodotati”.

E come ci ricorda San Vincenzo de’ Paoli: “Bisogna dunque che ti svuoti di te stesso per rivestirti di Gesù Cristo… Se colui che guida gli altri, che li forma, che parla loro, è sorretto soltanto da spirito umano, coloro che lo vedranno, l’ascolteranno e cercheranno di imitarlo diventeranno in tutto umani e, per quanto dica o faccia, farà nascere in loro solo l’apparenza della virtù e non la profondità; comunicherà lo spirito da cui lui stesso è animato così come vediamo che i maestri imprimono il loro insegnamento e i loro modi di fare nello spirito dei discepoli”.

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