L'immagine raffigura un'applicazione realizzata dallo staff di vEyes ONLUS in esecuzione su uno smartphone Android

Dall’alto del mio visus 0 “o con mera percezione dell’ombra e della luce”, come recita il liso verbale di accertamento dell’invalidità con cui lo Stato mi ha riconosciuto come cieco ben dieci anni dopo che la natura mi aveva posto in questa condizione, auguro anche a te, lettore vedente, il benvenuto nella sezione Android ad occhi chiusi. Ora gli occhi prova a chiuderli tu. Verrai trasportato in un mondo in cui tutto, anche la faccina che meccanicamente metti nel tuo messaggio, cessa di essere un’icona, per divenire voce. Toccando con un dito la tastiera, udrai tutte le faccine e, generalmente in basso, troverai le varie categorie in cui sono ordinate, fino a quel “recenti”, ancora di salvezza, anch’essa vocale, che ti aiuta a trovare il lessico familiare di quelle che usi più spesso. Come tutta l’attività di vEyes, anche Android ad occhi chiusi è un ponte fra il sistema operativo più diffuso tra chi vede ed un modo diverso di usarlo, raggiungendo, gli stessi risultati, per vie differenti.

“UNA MIRIADE DI POSSIBILITÀ”

Troverete qui, oltre ai collegamenti alla pagina Facebook ed al canale YouTube, che portano lo stesso nome di questa sezione, un vero e proprio corso che si dipanerà tra la miriade di possibilità offerte dal robottino. Varietà di voci, di soluzioni, duttilità di prezzi ed ampia personalizzazione dei lettori di schermo, lo strumento con cui i non vedenti interagiscono con questi dispositivi. Troverete, soprattutto, una comunità: vedenti e non, sviluppatori ed utilizzatori, intenti a progettare, testare, insegnare ad usare, app di un sistema che, per la sua apertura e duttilità, anche in fase di sviluppo, rappresenta sicuramente una fonte di grande opportunità, certo con qualche ostacolo. Questa sezione sarà, quindi, una voce che illustrerà come gestire un telefono, imparando ad identificare acusticamente un’icona aiutandosi anche con la vibrazione, a muoversi tra le applicazioni iniziando da quelle integrate: chiamate, messaggi, rubrica. Poi, con difficoltà ascendente, ci occuperemo delle app più comuni: come cercare l’orario di un treno, acquistando il biglietto, un ristorante, una farmacia aperta di notte; come leggere l’etichetta di un supermercato. Riserveremo attenzione al mondo social, in cui si deve agire con prudenza, sfruttandone le opportunità ma, anche, cautelandosi da possibili rischi.

“IL CANTO INGANNEVOLE DELLE SIRENE…”

Inizialmente l’impatto con un vetro uniforme per chi non vede non è facile: molti, legati all’equivalenza tasto fisico-funzione, credono che questi dispositivi touch non si possano usare. Smarriti vagano, avvertendo come estranea quella macchina che, in pochi mesi, potrebbe divenire una insostituibile fonte di relazione ed informazioni. Molto, certo, sta a loro, alla loro tenacia. Ma è anche vero che proprio per l’importante mutamento di paradigma che prefigura il passaggio ad uno di questi dispositivi, necessita di un supporto capace, di unire fraternità e competenza. Occorre che si faccia attenzione, in questo mare, a bussole vecchie e nuove: la classica voce, ma anche vari suoni che identificano eventi diversi e le vibrazioni. Occorre che non ascoltino le sirene dello scoraggiamento che, con voce ammaliante, ma ingannevole, li inviteranno a tornare nel porto del tasto fisico. Per tutti e per ciascuno di loro, vorremmo essere dei compagni di viaggio, forti della nostra esperienza di utenti, della preparazione e dell’entusiasmo dei nostri giovani sviluppatori, del valore aggiunto di un impegno comunitario e disinteressato.

“…E LA BUSSOLA CHE CI ORIENTA”

Da docente di Religione Cattolica in un liceo romano ormai, da anni, dedico una delle mie prime lezioni al mio modo di usare il telefono, facendo cimentare gli allievi, nativi digitali, in un uso acustico di uno strumento con cui, fino ad allora, avevano interagito solo visivamente. Questa lezione ha ricadute positive: per me egoisticamente, perché imparo molte cose da loro, ma sicuramente anche per i digitali che si cimentano in una dimensione diversa, uscendo da quella dominanza dell’immagine e del visivo, che è uno dei più grandi limiti del nostro tempo. Così, scorrendo acusticamente la bacheca di Facebook, anche una foto può divenire voce: forse è allora che i loro occhi si aprono veramente, senza che si chiudano i miei. Mentre le due dita scorrono insicure su un vetro, private dell’ausilio degli occhi, la sintesi dice: l’immagine può contenere una persona, spazio aperto, cibo. Chissà cosa quella foto conterrà veramente, chissà, quanto quella descrizione sia precisa. Non è importante. Le sintesi vocali sono la nostra bussola. Ne abbiamo fondamentalmente di due tipi: un primo risulta più robotico, ma paradossalmente più espressivo. È quello delle voci interamente sintetiche realizzate artificialmente. Un secondo è più gradevole, ma può risultare più piatto, cosa che ha una sua importanza per chi non vede e deve capire, dall’intonazione della voce, se sta leggendo una domanda o un’esclamazione. Ma tutto questo è materia del corso e, quindi, lo vedremo nella prossima puntata.

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